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venerdì 5 settembre 2014

Il tappeto

Rosso, ma fino a quel nodo blu. Da cui parte un filo ocra che intreccia senza che si veda una piccola treccia di verde. Poi un tripudio di azzurri, gonfi e setosi, nel cui spessore fioriscono bagliori di vermiglio. Sembra un cielo stellato di papaveri, o un mare col morbillo. Ecco ripartire questo grigio, scuro e opprimente, che si addensa fino a sembrare quasi nero. Un grigio senza speranza, verrebbe da dire. Un grigio che... Verde, finalmente il verde acquamarina guizza fuori e cambia le sorti del tessuto. Lampi di leggerezza che si inseguono fino al bordo sfilacciato di gialli, di blu oltremare, di vite vissute.
Le vite degli altri mi chiamano, mi vogliono, esigono il mio ascolto. Io mi chino, le passo fra le dita e intanto mi consumo. Il racconto delle vite degli altri si intreccia costantemente in una trama dove la mia esistenza non trova spazio. Ma che dico: la mia vita non vi trova spazio perché è la trama, è il disegno complessivo che per vocazione mi è stato concesso di contemplare. L'interminabile disegno degli incontri, il linguaggio attraverso il quale Dio si esprime e si nasconde, ci comunica il messaggio. E nessuno se ne accorge. Quello sta nascosto nell'ovunque e nel sempre, e ci parla attraverso gli incontri. Chissà le risate che si fa. Mentre la maggior parte delle persone rifiuta l'idea stessa di questo linguaggio, lo sottovaluta. Nella migliore delle ipotesi lo coglie solo nel suo immediato, nella sua superficie.
Sono molto stanco.
Ho conosciuto gente che ha ucciso e gente che ha provato ad uccidersi, donne che hanno perso un bambino e altre che ne aspettano. Mogli frustrate, mariti violentatori e giovani suore di pure speranze. Ho conosciuto trentenni viziati e pigri e li ho messi vicini a quelli che subiscono la vita barricati nella loro insicurezza. Pervertiti che bramano antidoti alla propria solitudine e amanti innocenti, malate dello stesso male. Signori benestanti e cordiali, signore in analisi che cercano soluzioni per la noia. Bambine capricciose convinte di sapere tutto, uomini giramondo che fingono di non sapere niente.
Tutti mi hanno raccontato la loro storia e tutti ho ascoltato.
E stasera, stanco come non mai, metto su una musica lenta e mi fermo ad osservare questa trama confusa, grezza, incomprensibile. E stavolta lo metto per iscritto, perché forse questo linguaggio deve trovare sponda in un altro linguaggio. Lo metto per iscritto, come fossi il dirimpettaio del Padreterno.

venerdì 2 maggio 2014

Il sorriso dell'oggi

Quando ci guarderanno attraverso un monitor, una foto stampata, un ologramma o una qualsiasi inutile diavoleria inventata da chi crede che il progresso dell'umanità sia legato ad una inedita combinazione binaria.
Beh, quanto scorreranno i nostri tratti, magari alla ricerca di quel dettaglio che ci tramandiamo da sempre col vecchio trucco del dna, dovranno trovarci sorridenti. Dovranno vedere che nonostante le difficoltà del tempo vissuto e quelle quotidiane degli uomini di ogni tempo, conoscevamo la gioia ed eravamo in grado di sorridere con orgoglio, con vigore.
Sorrisi.
Vorrei che, fra trecento anni, i miei pronipoti potessero sorprendersi del sorriso in quell'antica immagine del trisnonno Benjamin. A prescindere dal pianeta e dalla società in cui vivranno, sono certo che sapranno trarne conforto. E io con loro.

mercoledì 2 aprile 2014

Lux in arcana

Da domani tornerai bambino.
Imparerai a conoscere il mondo come non lo hai mai conosciuto, affidandoti alle vibrazioni che scuotono l'aria e alla materia di cui è fatta ogni cosa. Tutto è pronto per le tue mani e le tue orecchie, ogni cosa pretende una rinnovata conoscenza.
Hai paura, lo so.
Tutti ne hanno.
Ogni punto di riferimento verrà messo in discussione. Non avrai più l'illusoria coscienza dello spazio e dei colori potrai soltanto custodire il ricordo. Soffrirai pensando che da anni non ti fermavi ad ammirare la luce di un tramonto. Le lacrime parleranno del tuo sogno di rivedere almeno una volta la tua città.
Ci vorrà del tempo, molto.
E all'inizio lo odierai, il tempo. Non potrai sopportare il suo scorrere lento, la sua apparente mancanza di scopo, la noia che lo accompagna. Poi un giorno, senza che ci sia un motivo particolare, capirai che il tempo è la ricchezza con cui il destino ha barattato i tuoi occhi.
Imparerai a riprendertelo, ad usarlo, a goderne.
Ti stupirai che le persone intorno a te lo diano per scontato.

E ti accorgerai di essere nato un'altra volta.
E capirai che in fondo la vista è una delle più illusorie vie verso la comprensione, verso il senso di tutto, verso la Verità.

Che tu possa rinascere presto.
Che domani tu possa vedere meglio di come hai visto fino ad oggi attraverso i tuoi occhi.

giovedì 20 marzo 2014

Questi piccoli spostamenti del cuore

Questo lo fisso. Ho bisogno di farlo, di non lasciarlo sfuggire fra le dita, come tutto questo affollamento di cose superflue in cui sono immerso.
Voglio fermarmi e scrivere che l'ho sognata, l'altra notte. L'ho sognata a lungo ed era come me la ricordavo: bella e fiera. E naturalmente incazzata. Le ho parlato, mi ha parlato. La sua lucida durezza femminile contro la mia impacciata incapacità di capire. E di spiegare.
Molto raramente ricordo un sogno, per questo ho fatto un'eccezione.
E questo sogno mi ha ripagato, regalandomi una sensazione che avevo completamente rimosso, sepolto sotto le macerie di una storia devastante. L'ho percepita oggi, sotto casa, senza un perché. Un sussurro che mi raccontava cosa si provava, cosa voleva dire, cosa... Io credo che solo i vecchi provino questa sensazione. Un attimo intenso in cui nel loro cuore si condensa il ricordo di tutte le donne che hanno amato.
E ricorda che, in fondo, nonostante tutto questo sciocco cinismo, è stato bello.
Sarebbe bello.

mercoledì 10 aprile 2013

L'uomo, la pasta e gli altri


E quando avrò dei figli, e magari anche se riuscirò a conoscere i miei nipoti, racconterò loro di quegli straordinari mesi romani. Insegnerò loro a fare la pasta, un'ottima pasta: alla gricia, all'amatriciana, alla carbonara: è importante. Poi gli spiegherò che nella vita ci sono poche cose più importanti che non trattare con umanità l'Uomo, chiunque esso sia.
Incontreremo mercanti senza scrupoli, dirigenti stralunati, aspiranti suicidi, colleghi petulanti e assassini. Ma offriremo a tutti loro un piatto di pasta, un po' di ascolto e la nostra comprensione.
Perché non c’è altra verità se non quella che afferma la necessità di amare il proprio prossimo mettendoci nei suoi panni. Ovvero amandolo come vorremmo essere amati noi stessi.

sabato 11 agosto 2012

Sarebbe bastato poco...


A Greccio, un paesino molto piccolo vicino Rieti, c’è una piazza con un ristorante a gestione familiare. Lo tiene aperto una vecchietta che sembra appena uscita da un filmato dell’istituto Luce e che continua a fare la pasta a mano per chi decide di mangiare da lei.
Il ristorante è molto piccolo e ha il doghettato alle pareti, come si usava negli anni ’60. Sopra quel legno ci sono ninnoli impolverati e vecchie foto e specchi e altri oggetti improbabili. Da qualche parte sicuramente c’è anche una gondoletta di plastica. C’è sempre una gondoletta di plastica.
Fuori dalle finestre, invece, si vede questa piazzetta in cui non esistono macchine. Ci sono soltanto bambini che si inseguono, correndo intorno ai lampioni e alla grande fontana. E urlano come urlano le rondini d’estate.

Ecco. A me in fondo sarebbe bastato poco.
Condividere con una persona quel tavolino, nella piazzetta di Greccio.

Sarebbe stato bello.

lunedì 15 agosto 2011

Il viaggio immaginato

Viaggiare mi faceva bene come respirare.

Perché mentre scorrevano l'acciaio e l'odore di catrame, il mio sguardo cercava le finestre delle città. E le città erano tante, e tante le finestre che si affacciavano sulla mia corsa.
Ho immaginato centinaia, migliaia di vite diverse e tutte uguali, ho provato ad interpretare le espressioni di chi aspettava sulle banchine di provincia e indagato i problemi dell'uomo.
I nostri problemi sono piccoli se pensiamo al flusso dei problemi in cui siamo immersi: l'uomo affronta la vita in ogni angolo di mondo e non esiste una gerarchia di problemi.
Le finestre. Le finestre, sì. Le finestre mi aiutavano a ricordarmi che non sono nulla, un battito di ciglia appena accennato da un Dio distratto.
Questo mi rilassa.
E mi riposa.
Il viaggio, in fondo, è sempre lì che mi aspetta.

martedì 26 luglio 2011

La meta altrove

E poi, d’improvviso, ritorna. Il senso di appartenere ad un altrove che è ovunque fuori che qui. Il senso di appartenere ad un percorso e a nessuna meta, il senso di non riuscire a trovare pace alla propria inquietudine.
Come un tam tam che richiama la mia anima e raffredda, opacizza i rapporti che ho con gli altri, con gli amici, i conoscenti, i parenti. Un richiamo talmente potente da sopraffare qualsiasi bisogno di affetto, di amore, di stabilità.
Conta solo la costante ricerca di quello che sfugge e che sfuggirà per tutta la vita.
L’inquietudine è la mia casa.

martedì 21 giugno 2011

Di speranza e di amore

«La vita non è un distributore automatico in cui inserisci virtù e ottieni felicità.»

Vero. Ma incompleto.
Non si inserisce la virtù per ottenere in cambio la felicità.
Si inserisce la virtù perché è già felicità.

Fidatevi del vostro bottegaio di fiducia e ricominciate a dimenticare voi stessi.
Riscoprite l'abbandono del dedicarsi agli altri senza remore.
Ritrovate l'amore al suo stato più puro.

La felicità è già lì in attesa.

mercoledì 15 giugno 2011

Pensieri metropolitani















Un pensiero.
Per la donna bionda, vestita di rosa, che ho incrociato mentre usciva piangendo dalla metro.
Perché le sue lacrime non vadano perdute.

Un pensiero per Francesca.
La fotografa bambina.
Che scelse di morire a 29 anni per restare sempre tale.

Un pensiero per lei che soffre
nel far soffrire l'altro.
Vittima e carnefice confusi nella divisione.

Un pensiero l'umanità,
bellissima e dolente
mentre consuma le vite.

PS: si torna in bottega senza curarsi troppo delle parole. Per ora c'è la voglia, loro verranno.

lunedì 13 giugno 2011

Milano

Quando sarò a Milano mi affaccerò dalla finestra della mia camera, di notte, e poserò i miei occhi su una città estranea. Quando sarò a Milano mi chiederò ogni momento se ho riposto ad una vocazione ho sono soltanto evaso da una galera.
Quando sarò a Milano mi chiederò che faccia hanno le ragazze di Milano, e se sono più allegre di quelle di qui, o invece più tristi e spente come il cielo che hanno sopra la testa.
Quando sarò a Milano mi chiederò se è giusto che io sia a Milano. E lo farò ragionando su un mestiere che ancora non conosco e che forse non merito e forse ho sempre desiderato.
Quando sarò a Milano immaginerò ogni giorno mio padre fra i campi e piangerò. No, non perché siamo lontani fisicamente. Ma perché non siamo mai riusciti ad avvicinare i nostri cuori e le nostre teste, nonostante siamo davvero molto simili. O magari – sicuramente – proprio per questo.
Quando sarò a Milano immaginerò che la vita nel paese in cui ho vissuto fino ad oggi si sia fermata, e che in molti stiano aspettando il mio ritorno come si aspetta un giorno di festa.
Quando sarò a Milano mi sorprenderò a sperare che a nessuno importi del fatto che sono andato via dal paese, e che in pochi conservino un ricordo di me.
Quando sarò a Milano, nella mia stanza di Milano, con molte luci e molte persone e molto smog intorno, mi chiederò come fanno i milanesi a viverci, a Milano. E se hanno coscienza di posti come il mio paese, in cui si può possedere una casa fra gli ulivi per poco prezzo.
Quando sarò a Milano cercherò di capire ogni giorno perché sono finito a Milano. E mi risponderò ogni giorno che il destino degli uomini liberi è abbracciare la libertà, che spesso è anche la più pesante delle croci.

In cuor mio saprò di aver scelto bene, anche se il cuor mio sarà altrove.
Magari di fianco a mio padre, mentre semina le patate per la nuova stagione.

domenica 12 giugno 2011

L'oro bianco della memoria

Parliamo di donne, mi racconta il suo rapporto a distanza. Parliamo di donne, di regali, di richieste, di paranoie, di pazienza e di complicità. Un iPad come regalo? Caro.
- Aspetta – gli dico. Vado di là, torno con una piccola scatola di cartone.
- Che c’hai?
- Ti faccio vedere una cosa.
Dopo qualche secondo trovo il piccolo cofanetto. Lo apro davanti a lui.
- Guarda. Questo è il regalo più costoso che abbia fatto ad una ragazza. Oro bianco e brillantini.
Sorride, lo tiene fra le dita, mi chiede come mai è rimasto a me.
Sorrido, spiego, osservo l’anello fra le sue mani.

E sento qualcosa rompersi dentro, qualcosa di piccolo.
Una piccola pena mi invade, una risacca che sa di malinconico abbandono.

Mi manca. Non lei, mi manca il Benjamin che era, il Benjamin che è stato.
La sua fiducia, la sua speranza, la sua abnegazione.
La posizione in cui aveva messo l’Amore, nell’economia della vita che non conosce profitto.

martedì 3 agosto 2010

Pinnacoli e asceti

Dice:

– Sai Ben, lo sai che io l’amo…
- Certo che lo so, l’avevo capito benone…
- Non mi prendi per matto, vero? Non è che pensi…
- Non penso niente, Frà. Penso che hai fatto quel che sentivi di fare e hai fatto bene…
- Sì si, questo sì. Perché alla fine mi son detto: “devo provarle tutte per riaverla… poi vada come vada, ma devo provarle tutte!”
- E alla fine sembra sia andata benone, no?
- Eh… speriamo…
- Ehi! Voglio sentirti ottimista stasera… eccheccazzo, ieri eri tutta una preoccupazione e un’ansia…
- No no, hai ragione… sto molto meglio oggi. Grazie Ben, mi hai dato ottimi consigli…

Great job, Benjamin Brown. Really a great job.
Vivere come vivo io ha questi straordinari lati positivi. È un po’ come vivere seduti sul pinnacolo di una cima montana. Tipo monaco shaolin o stilita o storie simili. Te ne stai solo, meditando in silenzio, e tutto vedi dall’alto e tutto appare chiaro, essenziale. I consigli vengon su facili, tanto mica sei tu a vivere problemi sentimentali, lavorativi o sociali… riesci ad approcciarti ad ogni cosa con distacco, chiedendoti di tanto in tanto se esisti o fai finta o non ne hai bisogno.

Non fosse che hai tutto il tempo un pinnacolo di roccia nel culo quando stai seduto, questa vita ascetica sarebbe ideale.

mercoledì 30 giugno 2010

L'erba e la speranza

Ciao Ben. Scusa se non mi sono fatta sentire prima ma ho avuto dei problemi con i miei. Dopo una litigata furibonda ho fatto le valige, e adesso sono in cerca di un posto in cui stare. Ci sentiamo presto. Ti abbraccio.

L’sms mi arriva mentre pulisco l’oliveto dall’erba. È sera, intorno a me ho solo il tramonto, il profumo dell’erba appena tagliata e il rumore a scoppio del decespugliatore. Sarebbe una bella serata, in fondo.
L’sms mi arriva mentre trascorro le giornate affrontando me stesso, in un vortice di demoni che da tempo si contendono i miei pensieri e le mie frustrazioni. Ci sono giorni che vorrei smettere di esistere. No, non di morire, non capite male. Solo smettere di esistere. Diventare assenza, aria, polvere. Un modo come un altro per risolvere questa fase della vita fatta di una affollatissima e complicatissima bonaccia.
Si, ci sono giorni – la maggior parte – in cui mi sento proprio così: una barca a vela immobile nonostante sia vittima di correnti violente e contraddittorie. Credo che qualche romantico inglese ci abbia scritto anche un poema nell’ottocento. Un poema o qualcosa del genere. Io che non sono né romantico né inglese, non scriverò poemi.

Piuttosto un sms. Ho risposto alla mia amica con le mani callose e il sudore che mi colava dalla fronte. Avevo pezzi d’erba ovunque sparsi sul viso, le dita che faticavano ad esser precise.
Le ho scritto che stavo lavorando nei campi e che non bisogna mai perdere la speranza.
Che stavo tagliando l’erba fra gli ulivi e che non bisogna mai perdere la speranza.
Alle volte scrivo cose agli altri come se parlassi a me stesso.
E mi sento bene.

Perché in fondo una barca immobile per quanto in difficoltà può essere d’aiuto al naufrago incontrato in mezzo al mare.

sabato 26 giugno 2010

Vanno, vengono... a volte ritornano. E non si vede più il sole...

Un amico di Facebook dedica una canzone «A quelli che perdono tutto per orgoglio. A quelli che pur di aver ragione si perdono nella solitudine. A quelli che dicono di non aver bisogno di nulla e poi di nascosto piangono l'amarezza del loro cuore indurito. A quelli che rifiutano l'AMORE, credendo di poterne fare a meno. A quelli che amano da impazzire, ma non lo ammetteranno mai e vedranno da lontano, mentre gli anni si consumano, passare i loro sogni nelle braccia di altri.»


Taccio e mi guardo allo specchio.
Quel che vedo non mi piace affatto.

martedì 16 marzo 2010

Orfeo e... ed Euridice?

L’accompagno a casa, di notte. Sono le 2 e mezza e sto uno straccio. Lei mi parla di coppia, io le rispondo di coppia. È bella, questo è innegabile. Nonostante il mio sonno lei è bella. Parliamo di coppia e di noi, che non lo siamo ma che lo potremmo essere. Che non lo siamo e forse lo vorremmo essere. Parliamo di coppia come se la cosa non ci riguardasse minimamente, non con distacco ma con una specie di serena accettazione.

È una lunga chiacchierata spassionata, forse de-passionalizzata, sulla coppia e sulla solitudine. Un dialogo bianco, spumoso, leggero. Qualche volta si ammicca, altre volte si sottintende. Ogni tanto mi sembra di parlare allo specchio e la sensazione non è piacevole. Ma forse sono solamente stanco.

Potremmo, vorremmo, sarebbe sicuramente molto giusto. Magari siamo fatti l’uno per l’altra, e questo spiegherebbe il motivo per cui ripetutamente mi scopro capace di sapere come andrebbe a finire. Mentre parla già vedo l’abito bianco e i figli e la messa la domenica e il volontariato e la gita fuori porta e i suoceri e… e cazzo Orfeo, corri!

Prima che i padroni dell’ade ci ripensino, corri ragazzo! Bravo Orfeo, corri da lei, corri con lei… hai sfidato mille pericoli, percorso tutti gli inferi, viaggiato nella terra dei morti… ora è nelle tue mani, a te spetta condurla verso la luce, verso la vita. Euridice ti ripagherà di ogni fatica, di ogni sacrificio, di ogni ferita: Euridice ti regalerà la vita che non hai avuto. Niente più rischi, niente avventure, niente incertezze: te e lei, lei e te. Poi i figli, tanti, a riempire di gioia la vostra dimora. Coraggio Orfeo, manca poco, coraggio. Basta che non ti giri Orfeo, basta che non la guardi. Non devi fare altro.

Cazzo hai fatto, Orfeo?

Cazzo hai fatto, hai ceduto? Come dici? Non riuscivi a resistere alla tentazione? Non riuscivi a resistere ancora pochi passi senza guardarla?

A me non mi ci prendi per il culo, dannato Orfeo, io ti ho capito bene. Ho capito il perché ti sei fermato con un mezzo sorriso e scusandoti ti sei voltato. L’ho vista bene l’espressione della tua bocca. Ho visto bene come hai lasciato la sua mano e come hai aspettato di vederla dissolversi al vento. La tua paura è la mia paura, la sensazione di iniziare qualcosa di cui si riesce a intravedere con precisione il progredire, se non la fine. Qualcosa tanto scontato da riuscire a cauterizzare ogni forma di passione.

No stupido Orfeo, Euridice non capirà.

Non capirà perché aspettare un altro eroe nel suo limbo.

Ma tu, stupido Orfeo, hai fatto la cosa migliore, l’unica possibile.

Per quelli come noi far parte di una coppia è una colpa senza possibilità di assoluzione.

lunedì 8 marzo 2010

Mea culpa

Esagerare. Con la rabbia, con il livore. Esagerare perché si è stanchi, sfiduciati. Dire sciocchezze senza rendersene conto. Arrivare fino ad essere un po’ cattivi, se non feroci in alcune espressioni. Scagliare parole come pietre, aver voglia di mordere o di esplodere. Avere sete di una giustizia che non appartiene a questa terra.
Fermarsi poi. Esausti, con l’anima ansimante, spossati dalla propria stessa rabbia. Stanchi come l’animale ferito che si lascia cadere su un fianco con la lingua di fuori.
E lì, soltanto lì, nel momento in cui il mondo è rivoltato a 90 gradi, accorgersi di quel che non si riusciva a vedere prima. Nel silenzio accorgersi di aver proiettato su di un unico punto tutta la rabbia accumulata nel tempo, a prescindere da chi ne fosse causa. Accorgersi di essersi accaniti su un capro espiatorio perché esso costituiva finalmente un nemico visibile e concreto.
Da uomo a bestia il passo è breve. Da bestia a uomo è più lento e fa più male. Ci si rialza piano, non servono più tutte e quattro le zampe a terra. Ne bastano due per tornare a vedere le cose da un punto di vista più alto. Ci si guarda intorno e ci si accorge delle reali dimensioni delle cose. Se si ha coraggio, si può dirigere lo sguardo verso se stessi. E accorgersi di quanto fango, meschinità e odio ci siamo imbrattati.

È difficile riconoscere e accettare di essersi sporcati.
Difficile come ammettere di essere,
in fondo,
soltanto
un
uomo.

domenica 28 febbraio 2010

Dannazione

Io non appartengo a niente, figuriamoci all'amore
il mio amore è solamente quello che ti do.
A volte cresce il mio bisogno d'inventare
ma come faccio a tirar fuori quello che non ho?

Un'emozione non so che cosa sia
ma ho imparato che va buttata via.
Dolce prudenza, ti prego, resta ancora con me
da tanto tempo non soffro grazie a te.


(...)

"Un'emozione", Gaber

Dannato bisogno di inventare, dannata assenza, dannata aridità, dannata disillusione, dannata prudenza, dannata pulizia del sentire, dannato romanticismo, dannato contatto fisico, dannate effusioni, dannata stima, dannata volontà, dannato torpore, dannato paese, dannata città, dannata sofferenza, dannati fidanzati, dannati baci, dannata cavalleria, dannata insicurezza, dannato cuore, dannata confusione, dannata sicurezza, dannata interpretazione, dannata paura, dannata solitudine, dannata battaglia dei sessi, dannato scorrere di giorni, dannato dannare quel che dovrebbe esser normale...

lunedì 20 luglio 2009

Ceci c'est pas amour

Li guardo.
Danzano.
Ondeggiano occhi negli occhi.
La musica scorre sotto i loro piedi banale, insulsa e ruffiana.
Danzano.
Si dicono “ti amo” con gli sguardi.
Sono raggianti.
Belli.
Come le statuine sulle torte nuziali.

Io sono un inadeguato.
Io credo che non mi sposerò mai.
Io credo che non mi sposerò mai perché non riesco a non essere coerente.
Io credo che non mi sposerò mai perché non riesco a non essere coerente, e pertanto proprio non riesco a convincermi che l’amore non sia tutta una faccenda culturale.
Lo so.
Dieci anni di matrimoni mi hanno reso cinico e – forse – baro.
Però è così.

Gaber disse una volta: «Io, per me, ogni volta che dico ad una donna “ti amo”, non so mai se è vero, e quanto. Certo, il delirio di mentire e credere è una cosa che si prende così… come il raffreddore. Questo non vorrebbe dire. Quello che per me conta è sapere quanto si finge e quanto si fa sul serio. Perché è proprio da lì, da questa pulizia del sentire, che si può trovare il coraggio di ridare un’occhiata al mondo.»
Gaber si sposò giovanissimo, in chiesa per giunta, e visse tutta la vita amando una sola donna. Forse la sola ad aver accettato un uomo che aveva un così alto rispetto per la parola amore da non saperla pronunciare senza tremare, senza provare quella vertigine, quella paura che il suo sentire più pulito fosse insufficiente ad esprimere un “ti amo”.

E allora si va, ancora si viaggia.
Cercando una donna impossibile, in grado di accettare un sentimento che forse non esiste.

domenica 28 giugno 2009

Il minestrone

- No, Sergio ha proprio ingranato… gli ospedali se lo so’ proprio conteso. Lo sai quanto se becca mo’, si? Più de 5mila al mese… cioè, non so se rendo…
Rendi, rendi.
- Pure Clara non se la passa male alla Unicredit. Alla fine per quello che ha fatto… lavora a percentuale, su progetti del 12-20mila euro, ti puoi immaginare. Prende il 10… cioè… non so se…
Si si, rendi.
- Io mi sono data un termine: ora prendo 2.500 al mese. Se a 30 anni non guadagno ancora 10mila euro al mese mi rimedio un calcio nel sedere per entrare in regione – come fanno tutti – e arrotondo lì. Dovessi anche darla a qualcuno. Tanto ormai funziona così. E poi 10mila al mese… capisci… non so se rendo…

La smetti con questo cazzo di “non so se rendo”? si si, rendi. Rendi perfettamente l’idea. Ho capito chi sei, cosa vuoi, cosa abita il tuo cuore. Ti auguro di ottenere tutti i soldi che desideri e ti auguro di goderteli come meglio credi. Ma ora ti prego: smetti di parlarmi. La tua esistenza è per me motivo di sconfinata tristezza, la tua scala di valori è l’antitesi di ciò in cui credo, la tua determinazione e la tua intelligenza costituiscono uno spreco a cui non c’è rimedio.
Non ti odio, né ti disprezzo. Solo non voglio ascoltarti.
Zitta, ti prego. Stai zitta.

Ho bisogno di ridere. Di ridere come Ninetto Davoli.
Ridere davanti a chi crede nel denaro.
Non ridere di loro: ridere per loro.
Sdraiandomi sulla terra, afferrando una zolla di terra, sentendo fame.

Che il cielo mi consenta di aver sempre fame.