lunedì 17 marzo 2008

Diario di bordo n°1

E salpare, di nuovo. Quattro nuovi equipaggi, quasi sessanta nuovi marinai. Che poi sono centoventi nuovi occhi da accendere.

Salpare di nuovo, con carte rinnovate e terre ormai conosciute. Salpare con più certezze, sentire di possedere una cartografia più precisa che in passato.
Salpare con il preciso intento di raggiungere le Americhe e non le Indie.

Salpare con la voglia di formare nuovi capitani. Quest’anno le regole le detto io. Tutte. E allora largo ai marinai dell’anno scorso che vogliono tornare sul ponte, largo a chi ha ancora voglia di sentirmi urlare “silenzio, si gira!!”, largo a chi vuole stare davanti o dietro una videocamera senza volere in cambio nient’altro che il piacere di sentirsi parte di un equipaggio.

Il progetto Movie sta diventando una realtà. Quest’anno avevo deciso di non salpare per via della tesi che incombe. Ma non ho avuto il coraggio di cancellare la prima lettera dalla fronte di questo golem che diventa sempre più forte, sempre più potente. Un giorno sarà lui a difendere me, forse lo sta già facendo.

Miriam e Michela hanno recitato lo scorso anno e quest’anno non hanno tempo di darci una mano. Miriam ha deciso di tentare la strada della recitazione in una scuola della capitale e mi ha riempito di orgoglio nel dirmelo. Michela mi ha chiesto di leggere le poesie a cui si sta dedicando con assoluta dedizione. Vuole che le dia un parere e che le spieghi perché si sente così malinconica.

E’ arte, baby.

Sono contento. Che il tempo ci assista.

lunedì 10 marzo 2008

La macchinetta

La luce del primo pomeriggio romano entra timida dalla finestra di alluminio. L’infermiere ha gli occhiali calati sul naso e il corpo calato sulla poltrona. È ora di pranzo, la sua collega ha fame.

- Signor signor…

- Ranci.

- Benissimo. Ecco qua. Signor Ranci di Colle Orsini. Firmi queste carte, ora vi spiego come funziona la macchinetta.

Sul tavolo una dozzina di macchinette viola e bianche. Al di qua della barricata io e Marco. Io e Marco ci conosciamo da quando siamo nati: stessa età, stesso palazzo, stesse scuole fino al liceo.
Suo padre sta morendo.

- Allora: questo è l’apparecchio. Lo devi aprì così. Poi ce metti dentro il tubbicino della flebo così, come un cappio. Poi lo richiudi e je fai fa’ er fill. Quando è pronto fa un bippe e je puoi da’ er via. Capito tutto? Bene, rifallo.

Marco sorride, prende l’apparecchio, ripete le operazioni. Semplice. Mi guarda sorridendo e dice “semplice, no?”. “Semplice”, faccio io. Entra la dottoressa e avrà la nostra età. Fa un po’ impressione scoprire che le dottoresse del Policlinico hanno pressappoco la nostra età. Sorride poco, è molto professionale e stanca.

- Vi hanno spiegato come funziona?

- Si

- Bene, questo è lo schema della nutrizione. C’è scritto quanto dovete dare a vostro padre giorno per giorno.

A quel “vostro padre” ci lanciamo un’occhiata sorridendo. Nessuno dei due ha il coraggio di dire alla dottoressa che non siamo parenti. Penso anche che non gliene importi un granché. Ad un certo punto però lei spiega le cose più a me che a Marco e io mi sento un po’ in imbarazzo. Mi fa domande a cui non so rispondere. Alla fine ci congeda con un sorriso e una stretta di mano professionale. E stanca.
Per le scale inizio a chiamarlo “fratello”. Ci ridiamo un po’ su. Poi usciamo e tutto il resto è Roma.

- Ben, non ho voglia di tornare. Portame in giro pe’ Roma. Erano anni che non ce venivo.

- Te l’avevo detto io di prendere l’università… non m’hai voluto dar retta…

- C’avevi raggione. Guarda quante ragazze…

- Beh dai, non è mai troppo tardi

Sorride.
Sorrido.
Entriamo in macchina.
Il paese aspetta il nostro ritorno.

sabato 1 marzo 2008

Storie di ordinaria follia

Il prof era sempre stato seduto. A scuola, s’intende. Non era uno di quei prof moderni che chiacchierano con gli studenti o si siedono sopra la cattedra ammiccando. Il prof aveva attraversato venticinque anni di carriera scolastica seduto – o barricato, dipende dai punti di vista – dietro la cattedra. Colonna portante del biennio dei geometri, il prof dietro la cattedra spiegava la geometria e l’algebra seguendo una sequenza che con gli anni aveva assunto i contorni del rito: entrava in classe, attraversava il chiasso dei quindicenni, si sedeva e sbatteva con forza la mano destra sopra la cattedra. Non alzava mai lo sguardo. I ragazzi tacevano per cinque minuti, si sedevano e, come un moto inesorabile e rapido, tornavano a parlare fra di loro. Il prof non li guardava mai. Seguitava a spiegare in mezzo al frastuono, seduto, senza alzare mai lo sguardo. Il suo sguardo era sempre spento. A memoria di bidello il prof non aveva mai sorriso.

Dicono che la moglie fosse scappata con un altro, che la figlia non lo volesse più vedere. Dicono che sniffi e che beva ogni sera. Dicono che vada dallo psicanalista da almeno dieci anni e che abbia un’amante rumena molto più giovane di lui. Dicono che abbia perso un mucchio di quattrini al gioco. Dicono.

Ieri mattina il prof si è seduto, ha battuto la mano, ha atteso che i ragazzi facessero silenzio. Poi è rimasto zitto. Come in attesa. E, inaspettatamente, ha alzato lo sguardo. E sorriso. I ragazzi stavolta sono rimasti in silenzio.

- Il primo che parla lo pesto

Pare abbia detto proprio così. Ma nessuno ci ha creduto. Tanto che Michele ha risposto.

- Come professò?

- Michele vieni qui.

Michele si è avvicinato al prof sorridendo, nell’incredulità della classe. Il prof si è alzato, ha afferrato Michele per il colletto della camicia e quasi sollevandolo da terra ha attraversato tutta la classe, sbattendolo contro il muro. Poi ha sollevato la mano destra e lo schiaffo è stato così forte da spedire Michele direttamente contro il termosifone. A terra Michele ha ricevuto un paio di calci, prima di riuscire a fuggire piangendo.

Il prof invece ha preso il suo soprabito e, stando a quanto ha detto Pina, la bidella, ha presentato le proprie immediate dimissioni al preside.

State cercando la morale, il senso? Non c’è. Perché il fatto è accaduto veramente, questa mattina, a scuola di mio fratello.

martedì 12 febbraio 2008

Il piano inclinato

Dicono che ogni uomo passi una fase in cui sente di sbagliare tutto. Una fase in cui probabilmente sta, in effetti, sbagliando tutto. La sensazione è quella di essere la biglia lasciata scivolare su un piano inclinato. Puoi spostarti un po’ a destra o a sinistra ma non puoi far altro che scivolare.

Sempre più giù.

Quello che non dicono è che dopo un po’ l’angoscia cede il passo all’ansia e poi l’ansia alla preoccupazione. Poi finisce anche la preoccupazione e lì trovi quello che non ti aspetti: l’accettazione. Arrivi al punto in cui ti osservi dal di fuori, ti osservi precipitare, e non provi più paura. Forse è la stanchezza, forse l’abitudine, forse semplicemente pigrizia.

Fattostà che scivoli.
E non te ne frega più nulla.

Quando arrivi a quel punto il passo successivo può essere soltanto uno: la brusca interruzione del piano inclinato.

martedì 5 febbraio 2008

Peccati di gioventù...


Ok, lo ammetto. Avevo giurato che non lo avrei mai fatto. Mica perché ci sia nulla di male, percarità… però lo trovavo veramente disdicevole. Ho sempre pensato che avessi troppa coscienza per ficcarmi in certe situazioni. E invece… accidenti. Ci sono cascato.

Benjamin Brown è tra i (padri? ho sempre sognato di esser padre…) fondatori di un movimento civico.
Mi fa schifo dirlo ma ho paura di essere entrato in politica.
Il fatto è che se non mi do da fare per la società poi mi sento in colpa. Si, ecco, i sensi di colpa sono la mia rovina.

Ad ogni modo l’idea in cui sono stato coinvolto sembra interessante: un movimento politico completamente trasversale per ideologie (ammesso che esistano ancora) e militanza, per sesso e competenze. L’unico punto in comune è l’essere tutti under 32.
Forse è un modo pulito per provare a scrivere il futuro. Forse.
Entusiasmo? No, non troppo. La politica è sporca e fa male alla pelle. L’unica speranza è che la nostra età possa pulirla. Ma qualcuno intorno a me sembra già ossessivamente attratto dall’anello del potere, dallo scettro, dal santo graal che tutto può, dall’anello di Re Mida, da Durlindana e da Excalibur, dal regale trono e dalla corona, dal vello d’oro e dalla criptonite.

- Daje Ben, che quanno famo la presentazione chiamamo il tiggì3, la provincia, la reggione… daje che famo er botto, je famo un culo così a questi de mo’… famo un botto che non finisce più!

- A Gianfrà… ‘sti cazzi der botto… me basta vede’ che riusciamo a organizzare qualcosa di utile pe’ ‘sto dannato paese…

- Si si, vabbè certo… certo certo…

Non mi piace il tono con cui mi dà ragione. I leader hanno sempre un modo ambiguo di darti ragione… e poi io sono un pragmatico. Maledettamente idealista ma pragmatico. Per questo ho chiesto le quinte. Come Cirano.

Quello che vedete in alto è il logo che il sottoscritto ha creato per il movimento, spero vi piaccia. A me non dispiace troppo.
Penso trasmetta un po’ di quel senso di speranza che vorrei animasse questa nuova avventura.

Quando don Milani aprì la scuola di Barbiana, per prima cosa affisse una cosa su un muro.
Una scritta.
I care