venerdì 19 giugno 2009

Ex-stasi

- Brown ho letto i capitoli che mi ha inviato.
- Bene.
Sorride. Segno buono, immagino.
- Tutto a posto. Non ho praticamente nulla da eccepire.
- Bene professoressa, allora vado avanti così.
- Vada vada. Mi piace molto il modo in cui ha scelto di impostare il lavoro.
- Grazie.
Nel portico i ragazzi mi sembrano per la volta molto giovani. La mia tesi procede, avanza. Il portico non se ne cura: ragazze sorridenti lasciano fumare le loro sigarette fra le dita penzoloni, i ragazzi in pantaloncini corti si nascondono dietro le tracolle e i docenti fluttuano in giacca e cravatta lungo le arcate. Sembrano incapaci di produrre sudore, odore e espressione i docenti universitari.
La mia tesi avanza, insieme al mio morale stanco. Le gambe no, non sono stanche e hanno voglia di muoversi. Ho voglia di camminare, si, di camminare.


Roma brucia del suo giugno, l’asfalto sembra più nero d’estate. La voglia di camminare mi porta a Termini, che è la meta di quasi tutti i miei pellegrinaggi. Passeggio un poco fra le vetrine che non mi interessano, osservando i volti che osservano e quelli che no. Ho ancora voglia di camminare e sono sui binari.
Fra il binario 4 e il binario 5 c’è fermento. L’intercity inizia ad ingoiare i suoi passeggeri. Io li osservo, insieme ai loro bagagli e all’odore di catrame che d’estate sembra più nero anche lui. Osservo quella fretta che non capisco, rispondo ad una gentile signora che dovrà raggiungere l’estremità opposta del treno se vorrà sedersi sul posto prenotato. Lei sorride, mi ringrazia, scompare. Di fronte a me c’è il vagone numero 3 e ha la porta chiusa.
Attraverso la banchina, apro la porta e entro nel vagone.
Respiro a fondo, con gli occhi chiusi, come fossi in riva al mare.
Mi giro verso il corridoio e i suoi movimenti.

Scendo.

Non tocca a me, non ancora.


PS: lo so, ultimamente sono sempre più stati d'anima e poche piccole storie... forse è il periodo, forse l'età. Ma mancano anche a me...

sabato 30 maggio 2009

Le 3 s

E passi una vita a tentare di non sbagliare. Come uno slalom.
Impari ad evitare una bandierina e una la prendi. Poi ne eviti due e ne prendi un’altra. Poi riesci a scansarne quattro e sei felice, è un ottimo risultato.
Poi inizi a non sbagliare più.
E ogni volta che finisci la gara con zero errori senti che sempre più persone ti stimano.
Il pubblico è entusiasta dei tuoi risultati.
E tu sei contento, contento e solo.
Entri nella mentalità di non poterti permettere più errori: il tifo del tuo pubblico è tutto ciò che hai.
Allora cominci a diminuire il numero delle gare.
Compari sempre meno, in gare sempre più facili.
E sei sempre più stanco.
E non puoi mai sbagliare.

Saggio, stanco e solo.
Non si torna indietro.
Non si sa come andare avanti.
Saggio, stanco e solo.
Cosi appari, perché questo sei.
Questo hai coltivato.
Saggio, stanco e solo.

Humus

- Pronto? Ben?
- Si, dimmi tutto Samuele…
- Senti… Ho un problema…
Non è curioso che l’80% delle telefonate che ricevo cominci alla stessa identica maniera?
- Spara
- Avrei da impaginare una cosa ma sto già sommerso di lavoro… non è che potresti pensarci tu?
- Di cosa parliamo?
- Un libro.
Mi piace Samuele. Parla poco ma con precisione. E non dice mai più del necessario.
- Ma io non so impaginare un libro… al massimo ho fatto calendari…
- Beh, non penso lo troverai difficile…
- Vabbè dai, passo più tardi in tipografia allora?
- Si, penso che sia il caso. Anche perché il cliente vorrebbe il libro finito fra una settimana.
- Porca Eva…
Perché vanno sempre tutti di fretta? Che cazzo c’hanno da fare che corrono sempre tutti? E soprattutto: perché mi tocca sempre adeguarmi alla dannatissima fretta degli altri?

Ho davanti il materiale. 467 foto d’epoca digitalizzate. Mi rendo conto con una certa velocità che impaginare un libro fotografico è un’impresa piuttosto alienante, che diventa in poco tempo una questione meramente meccanica.
Copia, correggi, incolla.
Didascalia.
Copia, correggi, incolla.
Si compone pagina dopo pagina questo strano mosaico. Si compone davanti ai miei occhi questa memoria visiva di un paese, Riverbano, a pochi chilometri da qui. Si compone attraverso i ritratti di vecchie contadine degli anni venti e borghesi cravatte dei golden sixties, adunate di incoscienti figli della lupa e matrimoni giocosi. Si susseguono infiniti bambini, donne e uomini che hanno abitato e dato vita ad un fazzoletto di terra più piccolo di un quartiere romano. Sono tantissime le coppie di occhi che hanno visto morire i propri genitori e crescere i propri figli e nipoti.
Tanto fa l’uomo che alla fine sparisce.
Mi confonde.
Tutto questo andare, questo essere una molecola dell’humus di una comunità mi atterrisce e mi confonde. Eppure è vita. E tu non puoi farci nulla. Perché già nel momento stesso in cui scrivo queste righe sono parte di quell’humus, ingenuamente e presuntuosamente ossessionato dal volerne essere esentato.
Come ha fatto tanta gente a vivere un’intera esistenza senza lasciare altra traccia del suo passaggio che non fosse quella custodita dal dna della propria stirpe? E soprattutto: come faceva questa gente, queste intere generazioni di viandanti ormai passati, a vivere serena? E ad essere persino felice, a giudicare da alcune foto?
Ci sono giovani che ammiccano dietro una sagoma di cartone che riproduce una spider stilizzata. Militari che mi sorridono dalla Grecia del 1943. Ci sono donne che ridono in mezzo ad un campo, con i falcetti in bella mostra. E ancora pretini di campagna che conducono orgogliosamente il gregge sorridente verso un pellegrinaggio.
Da quand’ero dodicenne su una parete della mia cameretta appesi un orrendo poster nero con una scritta in stampatello bianca.

IL VERO PERICOLO PER L’UMANITÀ NON È LA BOMBA ATOMICA,
MA IL RISCHIO CHE L’UOMO PERDA IL GUSTO DELLA VITA.
L’ho tolto un paio di anni fa, non ricordo neppure di chi fosse.
Solo in questi giorni mi è tornata in mente, sotto una nuova luce.
E il suo senso non mi dà tregua.

giovedì 30 aprile 2009

Pain...

You will come to save me
C'mon and save me
If you could save me
From the ranks of the freaks
Who suspect they could never love anyone
'Cept the freaks
Who suspect they could never love anyone
But the freaks 
Who suspect they could never love anyone

lunedì 23 marzo 2009

Tears & sausages

- Ben, il film dell'altra sera... cioè, so' dovuta andare via per non mettermi a piangere...

- E perché non l'hai fatto? Mica è peccato!
Danzano i piatti di carta, portatori di salsiccie e panini. 
La bionda con due piatti si ferma vicino a noi, ne porge uno alla mia interlocutrice.
Mi lascio andare.
- Boh, secondo me è salutare commuoversi davanti a un film. O magari ad un quadro, o una musica... ci riporta ad una certa umanità...
La bionda mi fissa un momento con circospezione.
- Cioè: TU ti commuovi?
- Certo. Mica sempre. Ma ci sono esattamente 5 film che mi fanno piangere. E ne vado...
Non finisco la frase. Osservo la bionda che mi osserva con gli occhi sbarrati e il panino con la salsiccia per metà nella sua bocca. Nella sua mano un bicchiere di sangria aspetta impaziente.
Forse è meglio soprassedere.