mercoledì 20 gennaio 2010

La negra

La negra si sedette sugli scalini di granito del sagrato, vicino a lui.
- Allora? Com’è andata?
Lui le porse la corona d’alloro che teneva in mano.
- Meglio non poteva andare, Madame…
- Hai visto? – disse con la sua voce grassa – E tu che ti preoccupavi…
- Eddai Madame, lo sai che son sempre situazioni che… umpf… non ci arrivi mai abbastanza sicuro…
- Perché sei uno sciocco, Ragazzo... lo sei sempre stato! Tu ti convinci di bastare a te stesso… quante volte te lo devo dire, eh? Ormai sei un ometto… impara a fidarti e affidarti!
La negra scoppiò in una risata che sembrava nascere dai colori della sua tunica. Sorrise e gli mise un braccio dietro le spalle. Il ragazzo elegante ricambiò il sorriso.
- La fai sempre facile tu…
- Non è che la faccio, stupido Ragazzo! È facile!
- Madame, io ci ho provo… ma poi lo sai, umpf... quante volte ne avremo parlato in questi dieci anni?
Rise di nuovo, la negra. Poi il suo sguardo si fece più calmo, terrestre.
- Tutte le volte che sei venuto da queste parti, Piccolo! Mi ricordo le prime volte che passavi, tu e tutti quei tuoi timori di petit homme… mi facevi proprio ridere… ma che dico? Guardati! Vestito nuovo, cravatta… mi fai ancora morire dalle risate! - Rise ancora e gli diede una spinta. Lui brontolò qualcosa di incomprensibile – Sembri proprio un ometto, Ragazzo! E adesso? Hai deciso che fare?
- Non so Madame, non so ancora. Camminerò. Credo.
- Non male come idea. Te la cavi piuttosto bene a camminare Benny. E poi si guadagna un sacco di soldi a camminare!
I denti scintillanti lampeggiavano fra quelle labbra sproporzionate.
- Sfotti sfotti… vedi che la fai sempre facile te?
La negra allora sorrise con compostezza. Abbassò il capo, prese il ragazzo per la cravatta e lo guardò negli occhi con tutto il fuoco che aveva nello sguardo.
- Stammi a sentire Benjamin Brown. Prova a fare lo scienziato, il calciatore, l’avvocato o lo sciamano. Non me ne frega niente, scegli tu. E poi resta a casa tua. Oppure gira il mondo. O ancora: vattene a fare l’eremita su una montagna. E sposati. Fa’ dei figli che – per l’amor di Dio – somiglino a tua moglie. Oppure resta solo a coltivare le tue piccole cosucce... sì dai, tutte quelle stupidaggini colorate che ti piacciono tanto. O magari fatti monaco, o vescovo… o Papa magari! Anche se non riesco ad immaginarti vestito di bianco, mozzarellino… Fa’ quello che vuoi, davvero. Ma, per Dio, continua a camminare. E ricorda che se un giorno, per caso, mi accorgessi che hai smesso di farlo… Benjamin Brown, ti giuro solennemente che vengo a prenderti a calci nel culo! Anche dovessi venire a cercarti in Vaticano!
Quindi lasciò la presa e scoppiò in una risata grassa con tutto il corpo. Poi si alzarono in piedi.
- E tu? Tu che fai Madame?
- Che domande stupide ti metti a fare? Allora è vero che danno lauree a chiunque ormai! Dovrei provare a iscrivermi pure io… magari ne scappa una pure per me! – disse ridendo – Io torno a casa mia, sul mio altare. Sei tu quello che deve camminare… se avrai bisogno, Ragazzo, sai dove trovarmi.
Lui sorrise e le porse la mano.
- Grazie di tutto Madame…
Lei sgranò occhi e labbra, diede uno schiaffo a quella mano pallida e lo abbracciò, facendogli mancare il fiato.
- Va’ Piccolo. Che il cammino ti sia casa.
Lui verso la strada e la metropoli, lei verso la navata e la chiesa.
S’incamminarono entrambi di un passo deciso, senza voltarsi.
Almeno lui.

lunedì 23 novembre 2009

Happy birthday...

Ci sono ancora. Entro, passo, spolvero e a volte metto in ordine. Se sono in forma riesco persino a portare qualcosa di nuovo da offrire ai viandanti del web.


Ieri erano 3 anni. Di botteghe, di speranze, di attese, di amicizie.

Come tradizione trovate vin brulé e biscotti per tutti, sotto un cristallino cielo autunnale...

A bientôt,
Ben

domenica 8 novembre 2009

L'amore ai tempi dell'atrofia

È un liquido denso e verde quello che riempie il bicchierino di plastica.


- Assaggia, – mi fa – me lo ha portato lei quando è venuta…
- Il colore non promette granché ma il profumo è buono
- È un liquore al pistacchio, dice che è tipico delle sue parti

Brindiamo nei bianchi calici, guardandoci negli occhi. Da un po’ nel suo sguardo c’è una luce strana. Innamorato, si, lo so bene che è innamorato. Ma si è ficcato in una storia dannatamente simile ad un vicolo cieco: lei vive in America e fra poco sposerà un ragazzo che non ama, un ragazzo di quelle parti. E lui, il mio amico? Forse è capitato nel momento sbagliato della vita della persona giusta, non saprei. Certo che è davvero innamorato. E nei suoi occhi c’è quella flebile luce, quel riflesso…

- Non so che fa’, Ben… non so più che dirle
- Dille di non sprecare l’amore, che già ce n’è poco in giro… dille di non partire, che è ovvio che debba restare vicino a te, che una sistemazione per lei la troviamo…
- C’ho provato, c’ho provato… è che lei… paura forse, non se la sente dice…
- Si, questo l’ho capito. Ma il matrimonio è una scelta per la vita.
- Lo so, lo sa anche lei… dice che non dobbiamo rivederci mai più, però poi ha deciso di tornare a stare da me prima di ripartire… ha ammesso che… che… mica lo voleva dì, eh… però alla fine… mi chiedeva di tenere la luce spenta quando… quando… e io invece la tenevo accesa che nemmanco me n’accorgevo, e allora non se n’accorgeva manco lei… però me guarda e me dice de non guardarla così, che non devo fa’ lo stronzo, che non devo guardarla così… e io invece la guardo. La guardo, sì, la guardo e mi sento un cretino, mi sembra di essere il cretino più cretino del mondo. Ma intanto non ne posso fa’ a meno… e le tocco il viso. Anche quello mica voleva… “io non mi faccio toccare il viso da nessuno!” diceva… se se, come no… io manco me ne rendevo conto ma le toccavo il viso in continuazione… e lei non diceva niente…

Non dovrei riportare queste confidenze, forse sto diventando un cattivo bottegaio. Sono confidenze intime fatte ad un amico, probabilmente confidenze uniche: non credo che ne abbia parlato con altri. Si, forse sono davvero un cattivo amico.

- Tu devi stare tranquillo. Di poche cose sono sicuro: tu non la dimenticherai mai ma anche lei non potrà mai scordare come l’hai guardata. Non lo dimenticherà mai il tuo sguardo. Forse, abbracciando l’uomo che non ama, il pensiero del tuo sguardo le farà trovare il coraggio che le manca. Forse. E forse no.

Lo guardo fissare il bicchierino vuoto. Lo guardo in silenzio strizzare gli occhi. Lo guardo lanciare indietro la schiena. Mi fa pena guardare quegli occhi, mi sento come se ascoltassi un fratello minore che vive cose che conosco alla perfezione, cose già viste, ascoltate, vissute.
Forse non dovrei riportare queste confidenze. Però in fondo questa è un’anonima bottega situata nelle più remote periferie del web: non credo che nessuno se ne avrà a male. E allora vi lascio sugli scaffali una cosa.

La luce negli occhi del mio amico.

Non era pena quella che provavo, e in fondo mentivo a me stesso a pensarlo. Era invidia.
L’invidia di quella speranza che alimenta lo sguardo e il cuore, l’invidia verso un cuore che soffre in mezzo a mille altri ormai atrofizzati. La speranza che ho provato anch’io, tanto tempo fa. La speranza che avevo scordato, che in troppi hanno dimenticato. Ainda pochi giorni fa mi ricordava che bisognerebbe essere pronti ad accoglierla la primavera.
E allora, amico mio, non soffrire se lei partirà. Lotta piuttosto per alimentare la speranza.
La stessa che fa girare il mondo.

venerdì 30 ottobre 2009

Paradise lost

C’è un posto su questo mondo che contiene una cosa a me cara. Si tratta di un posto molto piccolo e di una cosa molto preziosa. È un posto che vorrei descrivere con tutti i particolari possibili, per rendere l’idea. Eppure sarebbe una perdita di tempo, perché la sua bellezza va ben oltre il suo aspetto.
È un posto molto piccolo e direi anche molto isolato. Si tratta di un antico borgo perduto in mezzo ad un bosco di castagni, in Garfagnana: una manciata di case, per lo più mezze diroccate, che si radunano intorno ad un’antica chiesa, come a proteggerla. E la chiesa – di cui non ricordo neppure la dedica – è protetta da una grande casa canonica, che è il punto specifico del mio interesse.
Una grande casa che contiene la felicità più pura di quando ero bambino. Di quando tutta la famiglia di mia madre passava il mese d’agosto riempiendo quelle stradine deserte delle proprie risate e degli scherzi, delle litigate fra gli zii e dei ritmi di una curiosa comunità. Potrei passare intere ore ad elencare i miei ricordi. Ma neppure i ricordi saprebbero rendere l’idea che voglio trasmettere. La bellezza di quel luogo va oltre i ricordi di un ex bambino.

Oggi sono tornato in quel borgo, che ho trovato molto diverso dai miei ricordi. Intanto alcune case, quelle più grandi, sono state comprate e restaurate da facoltose famiglie inglesi che le utilizzano una settimana all’anno. La casa canonica dei miei ricordi sta per essere ripresa dalla diocesi che per quarant’anni ci aveva concesso l’utilizzo. Il tetto è quasi del tutto crollato, portandosi dietro l’intonaco di intere camere. Altre casette che pure ricordavo abitate d’estate ora assistono silenziose e decrepite allo scorrere del tempo.
E di tempo ne è passato parecchio di lì. Leggo le lapidi, osservo la chiesa, ascolto le grida dei bambini dei primi del novecento che uscivano dalla microscopica scuola. Il vento batte i grandi platani del piazzale e mi lascia immaginare lo sciabordio dei panni lavati dalle donne. Incisa sul marmo della chiesa è la memoria di tre abitanti che mai tornarono dalla Grande Guerra. Su molte pietre sono incise date del sei e del settecento. Dalla finestra di una cantina si intravede un’enorme botte, che ancora sanguina la pece usata per sigillarne gli assi. Se mi impegno riesco a sentire il profumo della vendemmia, mentre sto attento a non calpestare i funghi che mi tagliano la strada.

È una strana e potente vertigine ascoltare il vento che attraversa un intero borgo deserto. È il grido di una comunità che aveva abitato quelle strade con le proprie voci, con i propri desideri e aspirazioni. Intere generazioni di cui oggi non resta che un silenzioso ricordo, un’umanità di cui a malapena si tiene la memoria. Vi giuro che il silenzio di quel posto non è un silenzio normale. Ve lo giuro, credetemi se potete.

Girando e rigirando, con la testa confusa dalle voci che non parlano, mi imbatto in alcune stanze senza porte e finestre che danno direttamente sul panorama. Una moderna ristrutturazione abortita a quanto pare. Osservo il cemento che incoraggia le pietre e i preparativi per un intonaco mai realizzato. Poi mi fermo a fissare le montagne di fronte, che esplodono dei colori dell’autunno, e improvvisamente gli occhi scovano una scritta bianca. No, non è una scritta d’epoca. È lo stampatello acerbo di una ragazzina, si capisce. Un gessetto su pietra datato 25/5/2003. Sei anni fa una ragazzina è stata qui. Non era sola e ha scritto questo.

È STATO BELLISSIMO ANCHE OGGI!! IO E TE STRETTI STRETTI, NUDI E SOTTO LA PIOGGIA! SARA’ COSI’ PER SEMPRE…

Piccola, grazie per aver condotto proprio qui il tuo amore vivo, entusiasta e puro. E grazie per aver voluto lasciare una traccia del tuo passaggio, la testimonianza che l’amore ha ancora abitato quelle vecchie case annerite.

martedì 20 ottobre 2009

Della bellezza, di Dio

Scherziamo sulla Siberia e su alcune città dai nomi impronunciabili. Ride tanto, con tutto il volto. Persino i suoi capelli bianchi sembra che ridano. La moglie sorride anche lei. Con un sorriso profondo incastonato in un grande fazzolettone rosso a pois bianchi che le copre il capo. Sembra una matrioska a dieta.
È una visita per pochi quella che intraprendiamo. Solo i nostri passi e le nostre risate spezzano il silenzio cristallino del monastero d’ottobre. Mi spiegano che sono brasiliani, nonostante parlino un italiano e un francese limpidissimi. Io non so che impressione farmi di loro: fisicamente sembrerebbero due profughi dei primi del novecento, però quando gli racconto storie mi ascoltano e partecipano. Scherziamo molto: lui fa continue e feroci battute anticlericali.
Poi io e lui facciamo una scommessa: gli garantisco che il terzo chiostro è in assoluto il più bello. Lui mi sfotte. La bellezza è soggettiva, non dovrei dire certe cose, mi dice. Ma sta al gioco, ci stringiamo la mano e varchiamo la soglia.
Il suo sguardo ingordo percorre l’ambiente, attraversa le colonnine bianche di Carrara e si fissa sul campanile, stagliato contro uno degli azzurri più puri che il creato sappia regalare.
- Es muy bonito… bellissimo…
“Incredibile – penso – gli trema la voce”. Poi l’osservo e mi accorgo che sta piangendo.
- Lindo… Extraordinàrio…
Ancora piange e io vorrei solo smettere di parlare. Sento che le mie parole possono solo sporcare questo momento. Poi mi chiede di andare avanti e così faccio, procedendo fino alla fine con tutta la passione che ho. Quindi il commiato e la sua ultima stretta di mano.


- Grazie Ben. Mi hai aperto le porte di una straordinaria bellezza.
- Beh, non è certo merito mio! Il posto fa tutto da sé
- Non è vero. Lei conosce Trastevere?
- Certo
- Ha presente in che condizioni si trova?
- Beh, si.
- Ormai quasi nessuno crede nella bellezza. Ma chi uccide la bellezza uccide Dio.

E io vorrei solo abbracciare quel vecchio brasiliano. E piangere.