Rapidamente.
Freneticamente.
Scorrono le persone come scorre il tempo.
Anzi, scorrono le persone portandosi dietro il tempo.
Che scorre e se ne frega.
E mi manca la bottega, e mi mancano le persone che la frequentano.
Mi manca la bottega come mi manca il poter coltivare quella parte di vita che inferno non è.
Mi manca quell'unico luogo dove nessuno chiede e nessuno pretende.
E dove allo stesso tempo tutti ottengono.
Mi manca una persona. Una, due, dieci persone.
Che non chiedano e non pretendano altro se non lo stare insieme...
«Di troppe cose non so cosa farne,
per me che avrei bisogno
di poche immagini
ma eterne...»
GG
giovedì 25 settembre 2008
mercoledì 27 agosto 2008
Poi
Poi piove.
L’annuncio di settembre lava il mio spirito
e lo prepara all’ennesima rinascita.
Poi piove.
E le cose cominciano a tornare al loro posto.
Direttamente dall'iperuranio di
Benjamin Brown
alle
15:30
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domenica 27 luglio 2008
Siamo stati naviganti senza conoscere la rotta
Ora lo so per certo: ricorderò il 2008 come l’anno dei cento fallimenti. Su dieci avventure iniziate ne stanno naufragando otto… i problemi si accavallano e si inseguono nella mia testa fino nel cuore della notte, quando mi rotolo nel letto come un pollo sullo spiedo.
Metafora suggestiva ed appropriata quella del pollo. Ci accomunano la somiglianza caratteriale e la sistemazione poco felice (per il volatile) dello spiedo nello spiumato deretano. Ma come sapete preferisco le ormai vetuste metafore marinare…
L’anno scorso cento cose in porto quest’anno cento naufragi. C’è un non so ché di perfetto e inquietante in questa simmetria. Qualcosa che richiama alla mia mente ineluttabili bioritmi e fantomatici tarocchi, destini contro cui sembra sempre inutile opporre resistenza. E tutto si tinge di un sottile senso di impotenza, simile a quello di chi osserva da fuori una nave affondare e non può farci nulla. Pure se la nave affonda lentissimamente, prendendosi tutto il tempo necessario all’operazione. Tu stai lì. Su una scialuppa o sulla banchina, non importa. E ti dispiace quello spettacolo. Che poi te ne fregherebbe pure poco: mica è tua la nave. Non ci stavi manco dentro. Magari te ne stavi bello riparato sul tuo molo… lì che osservavi la ripetitività delle onde e i pescatori silenziosi e le bagnanti abbronzate.
E intanto la nave affonda.
Lentamente.
Inesorabilmente.
Però ci terrebbe a ricordare ai vacanzieri naviganti che il suo fallimento nasce da un motivo molto preciso e di cui si assume ogni responsabilità: il comandante ha condotto questa nave fino ad oggi.
Dear all,
ricordate sempre che fallisce solo chi prova, chi agisce, chi osa, chi sperimenta, chi crede, chi vuole.
A tutti gli altri il comandante augura di non svegliarsi mai dal dolce ventre materno della propria mediocrità.
Direttamente dall'iperuranio di
Benjamin Brown
alle
23:47
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mercoledì 16 luglio 2008
Ben's House
Oggi ho continuato a colorare la Ben’s House. Alla camera rosa-gazzetta è seguita la sala azzurra e oggi l’anticamera giallo girasole. Ho comprato sei sedie di paglia e le ho colorate di blu.
Casa Brown contiene molti colori orgogliosi, sembra un quadro di Van Gogh, per intenderci. Mancano solo un paio di cipressi tormentati di fuori.
Stasera vorrei raccontarvi Casa Brown fra dieci anni.
Ci sono io. Io da solo che però solo non sono mai perché ogni tanto suona il campanello e mi trovo alla porta una persona che conosco.
Ogni persona che conosco sa di poter trovare un rifugio in questo microscopico pezzo di Appennino.
Ogni viandante sa di poter trovare qui acqua e vino e pane e formaggio.
Ogni cantastorie sa di poter trovare un caminetto acceso e una chitarra.
Ogni bambino sa che qui ci sono prati e altalene da riempire con le proprie risate o con i propri pianti.
Ogni problema sa che qui non troverà soluzione ma orecchie pronte ad ascoltarlo.
E mi piacerebbe veramente tanto se alle volte, magari casualmente, potessero entrare in contatto viandanti e bambini, problemi e cantastorie. Scoprirebbero che possono completarsi a vicenda, scoprirebbero che forse tutto quello di cui abbiamo bisogno risiede nel senso di comunità fine a se stessa.
Avevo bisogno di chiudere in un cassetto della bottega questa utopia. Forse la Casa Brown che sogno è un po’ la versione fisica di questo luogo mentre la realtà è che passerò la vita dove troverò un lavoro stabile, magari nella Capitale. O più lontano, o chissà.
Però volevo sapeste che in questa porzione di Appennino c’è una porta sempre aperta, un coloratissimo silenzio e uno spazio in cui non esiste il giudizio, non esiste la paura e non esiste vergogna.
Un luogo che non conosce debiti.
Non all’amore, non al denaro né al cielo.
Direttamente dall'iperuranio di
Benjamin Brown
alle
23:54
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lunedì 14 luglio 2008
Deja vu
E rimettere le mani sul violoncello e poi sul piano e accorgersi di quanti mesi sono passati senza aver prodotto una nota e ancora imbattersi nella storia d’amore di Amedeo e Jeanne fra le righe di Vinicio e poi ritrovarsi internamente, sinceramente, malinconicamente commossi senza aver versato una lacrima che non fosse apparente…
Di quando lui suonava e lei ascoltava. E lui suonava e lei baciava. E lui suonava e lei osservava le mani di lui fra i tasti dell’altro. Mentre le mani di lei si immergevano nei capelli (pochi) di lui.
Raramente ci accorgiamo di quanto siamo stati fortunati. Una volta una ragazza mi ha voluto bene nonostante sapesse come suono...
Direttamente dall'iperuranio di
Benjamin Brown
alle
19:41
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