giovedì 20 marzo 2014

Questi piccoli spostamenti del cuore

Questo lo fisso. Ho bisogno di farlo, di non lasciarlo sfuggire fra le dita, come tutto questo affollamento di cose superflue in cui sono immerso.
Voglio fermarmi e scrivere che l'ho sognata, l'altra notte. L'ho sognata a lungo ed era come me la ricordavo: bella e fiera. E naturalmente incazzata. Le ho parlato, mi ha parlato. La sua lucida durezza femminile contro la mia impacciata incapacità di capire. E di spiegare.
Molto raramente ricordo un sogno, per questo ho fatto un'eccezione.
E questo sogno mi ha ripagato, regalandomi una sensazione che avevo completamente rimosso, sepolto sotto le macerie di una storia devastante. L'ho percepita oggi, sotto casa, senza un perché. Un sussurro che mi raccontava cosa si provava, cosa voleva dire, cosa... Io credo che solo i vecchi provino questa sensazione. Un attimo intenso in cui nel loro cuore si condensa il ricordo di tutte le donne che hanno amato.
E ricorda che, in fondo, nonostante tutto questo sciocco cinismo, è stato bello.
Sarebbe bello.

mercoledì 10 aprile 2013

L'uomo, la pasta e gli altri


E quando avrò dei figli, e magari anche se riuscirò a conoscere i miei nipoti, racconterò loro di quegli straordinari mesi romani. Insegnerò loro a fare la pasta, un'ottima pasta: alla gricia, all'amatriciana, alla carbonara: è importante. Poi gli spiegherò che nella vita ci sono poche cose più importanti che non trattare con umanità l'Uomo, chiunque esso sia.
Incontreremo mercanti senza scrupoli, dirigenti stralunati, aspiranti suicidi, colleghi petulanti e assassini. Ma offriremo a tutti loro un piatto di pasta, un po' di ascolto e la nostra comprensione.
Perché non c’è altra verità se non quella che afferma la necessità di amare il proprio prossimo mettendoci nei suoi panni. Ovvero amandolo come vorremmo essere amati noi stessi.

sabato 11 agosto 2012

Sarebbe bastato poco...


A Greccio, un paesino molto piccolo vicino Rieti, c’è una piazza con un ristorante a gestione familiare. Lo tiene aperto una vecchietta che sembra appena uscita da un filmato dell’istituto Luce e che continua a fare la pasta a mano per chi decide di mangiare da lei.
Il ristorante è molto piccolo e ha il doghettato alle pareti, come si usava negli anni ’60. Sopra quel legno ci sono ninnoli impolverati e vecchie foto e specchi e altri oggetti improbabili. Da qualche parte sicuramente c’è anche una gondoletta di plastica. C’è sempre una gondoletta di plastica.
Fuori dalle finestre, invece, si vede questa piazzetta in cui non esistono macchine. Ci sono soltanto bambini che si inseguono, correndo intorno ai lampioni e alla grande fontana. E urlano come urlano le rondini d’estate.

Ecco. A me in fondo sarebbe bastato poco.
Condividere con una persona quel tavolino, nella piazzetta di Greccio.

Sarebbe stato bello.

venerdì 25 maggio 2012

De memoriae et papaveri


Oggi mi sono successe tre cose molto belle.
Da tanto non mi capitavano cose tanto belle da farmi sentire il bisogno di scriverle.
E invece stasera sento forte il bisogno di raccontarle, di condividere, di chiuderle in una bottiglia e abbandonarle alle onde di questo mare magnum.

La prima cosa bella è un incontro. Un incontro che mi capita ciclicamente e inaspettatamente da dodici anni.
La prima volta che la vidi, dodici anni fa, Michela mi salutò con la mano, con l’entusiasmo con cui si salutano gli amici. Ero all'università e ricordo che non capii perché una sconosciuta mi salutasse, tanto che pensai ad uno scambio di persona. Non era uno scambio di persona e da allora ci vediamo ciclicamente a distanza di mesi o di anni, in circostanze più o meno improbabili e spesso senza volerlo. 
Può succedermi oggi o domani di riconoscere Michela fra la gente che affolla la metropoli. 
Scoprendo inalterato quel sorriso che mi salutò dodici anni fa, prima della lezione di psicologia sociale.

La seconda cosa bella è un altro incontro. Un incontro che sposta nuovamente indietro le lancette della mia memoria.
Sette anni fa realizzavo i primi cortometraggi nelle scuole, con la complicità di quei ragazzi a cui ho voluto un bene dell’anima e con una gran voglia di ascoltarli e capirli.
7 anni fa, prima ancora che aprisse questa bottega, accompagnai una di loro al consultorio perché aveva deciso di abortire. Ho scritto diverse volte dello sguardo di Milena mentre l’accompagnavo in ospedale e cercavo di farla ragionare. Ho tentato di spiegare quel misto di rabbia, paura e orgoglio che sembrava scoppiare dai suoi occhi.
E oggi l’ho incontrata, in questo pomeriggio di randez-vous, con tutta la sua energia e la sua follia. Mi ha raccontato mille avventure vissute in questi anni, mentre io le continuavo a ripetere di stare attenta e di mettere la testa a posto, che ho voglia di fare molte altre chiacchierate con lei.
Ha sorriso molto Milena. E di nuovo ho percepito con estrema chiarezza il suo bisogno di comprensione, di sentirsi amata, nascosto fra le pieghe della sua ribellione e delle mille prodezze narrate.
Sono stato molto contento di questa lunga chiacchierata.

La terza cosa bella è la più semplice.
Sono due papaveri che una mano anonima (sì, ok, neanche troppo anonima) ha legato sul manubrio della mia moto.
Ho sorriso a lungo perché il papavero mi somiglia: come lui sono strutturalmente orgoglioso e solo.
Ho sorriso a lungo perché i papaveri erano due.


Nota: non ho l’elasticità di un tempo. Ma queste cose le dovevo scrivere perché non voglio dimenticarle. E allora pazienza se sono carenti di stile: questo luogo mi serve ancora a salvare ciò che inferno non è.
Per farlo durare.

mercoledì 23 maggio 2012

Colloqui sui generis

Ogni colloquio di lavoro mi sottopone almeno una domanda a cui non so rispondere.
E' la domanda a cui in seguito cerco di trovare una risposta standard, in modo da non farmi più trovare impreparato.

- Brown, perché lei è così serio?

Avrei voluto rispondere che era il risultato di otto ore di digiuno.
Ma avevo davvero troppa fame.