sabato 3 aprile 2010

La rosa e il cactus

La processione si snoda lungo i vicoli illuminati da un arancio spesso. Centinaia di metri fatti di persone che camminano pronunciando litanie mentre pensano ai fatti loro. Dietro di me c’è Giorgio, ma per rendervene conto dovete abbassare lo sguardo: avrà non più di cinque anni e un coerente argento vivo addosso. Alzando di nuovo lo sguardo è possibile immaginare sua nonna dietro di lui, che si dispera nel cercare di farlo stare calmo parlandogli. Un po’ come sperare di convertire un talebano regalandogli un santino di San Girolamo.
Davanti ai due, lo dicevo, ci sono io e il ricordo di mia nonna. La nonna del paese, quella che dentro quei vicoli ci aveva vissuto un’intera esistenza e che nutriva di fettuccine le mie domeniche bambine. Nonna Rosa aveva un nome tanto bello quanto inappropriato: un centinaio di chili in un metro e mezzo la rendevano inequivocabilmente più simile ad un cactus che ad una rosa. Ma non si può certo pensare che i miei bisnonni avrebbero potuto chiamarla cactus, d’altra parte.
Ad ogni modo la mole di mia nonna non è particolarmente significativa. E non lo è neppure la sua capacità intellettuale, visto che a malapena sapeva leggere e scrivere. La cosa importante, quando penso a mia nonna, è soltanto la sua capacità di essere materna, di saper mettere al primo posto i membri della famiglia, che avrebbe difeso anche fisicamente in caso di necessità. Mia nonna Rosa sapeva farmi sentire al sicuro, protetto, da ragazzino.
E ogni volta che me ne andavo, la domenica dopo pranzo, prendeva un pettine e una manciata d’acqua e mi faceva la leccata sulla zucca. Mentre lo faceva mi ripeteva sempre tre cose, che mi sembra di sentire come fosse qui ora:
- Ricordatello sempre: la gente è cattiva. Ma tu ha da esse' sempre sincero e non ha da tene’ paura. Manco der dimonio!
Dio solo sa quanto avrei bisogno di mia nonna in questo periodo di gente cattiva e di grandi paure.

martedì 16 marzo 2010

Orfeo e... ed Euridice?

L’accompagno a casa, di notte. Sono le 2 e mezza e sto uno straccio. Lei mi parla di coppia, io le rispondo di coppia. È bella, questo è innegabile. Nonostante il mio sonno lei è bella. Parliamo di coppia e di noi, che non lo siamo ma che lo potremmo essere. Che non lo siamo e forse lo vorremmo essere. Parliamo di coppia come se la cosa non ci riguardasse minimamente, non con distacco ma con una specie di serena accettazione.

È una lunga chiacchierata spassionata, forse de-passionalizzata, sulla coppia e sulla solitudine. Un dialogo bianco, spumoso, leggero. Qualche volta si ammicca, altre volte si sottintende. Ogni tanto mi sembra di parlare allo specchio e la sensazione non è piacevole. Ma forse sono solamente stanco.

Potremmo, vorremmo, sarebbe sicuramente molto giusto. Magari siamo fatti l’uno per l’altra, e questo spiegherebbe il motivo per cui ripetutamente mi scopro capace di sapere come andrebbe a finire. Mentre parla già vedo l’abito bianco e i figli e la messa la domenica e il volontariato e la gita fuori porta e i suoceri e… e cazzo Orfeo, corri!

Prima che i padroni dell’ade ci ripensino, corri ragazzo! Bravo Orfeo, corri da lei, corri con lei… hai sfidato mille pericoli, percorso tutti gli inferi, viaggiato nella terra dei morti… ora è nelle tue mani, a te spetta condurla verso la luce, verso la vita. Euridice ti ripagherà di ogni fatica, di ogni sacrificio, di ogni ferita: Euridice ti regalerà la vita che non hai avuto. Niente più rischi, niente avventure, niente incertezze: te e lei, lei e te. Poi i figli, tanti, a riempire di gioia la vostra dimora. Coraggio Orfeo, manca poco, coraggio. Basta che non ti giri Orfeo, basta che non la guardi. Non devi fare altro.

Cazzo hai fatto, Orfeo?

Cazzo hai fatto, hai ceduto? Come dici? Non riuscivi a resistere alla tentazione? Non riuscivi a resistere ancora pochi passi senza guardarla?

A me non mi ci prendi per il culo, dannato Orfeo, io ti ho capito bene. Ho capito il perché ti sei fermato con un mezzo sorriso e scusandoti ti sei voltato. L’ho vista bene l’espressione della tua bocca. Ho visto bene come hai lasciato la sua mano e come hai aspettato di vederla dissolversi al vento. La tua paura è la mia paura, la sensazione di iniziare qualcosa di cui si riesce a intravedere con precisione il progredire, se non la fine. Qualcosa tanto scontato da riuscire a cauterizzare ogni forma di passione.

No stupido Orfeo, Euridice non capirà.

Non capirà perché aspettare un altro eroe nel suo limbo.

Ma tu, stupido Orfeo, hai fatto la cosa migliore, l’unica possibile.

Per quelli come noi far parte di una coppia è una colpa senza possibilità di assoluzione.

lunedì 8 marzo 2010

Mea culpa

Esagerare. Con la rabbia, con il livore. Esagerare perché si è stanchi, sfiduciati. Dire sciocchezze senza rendersene conto. Arrivare fino ad essere un po’ cattivi, se non feroci in alcune espressioni. Scagliare parole come pietre, aver voglia di mordere o di esplodere. Avere sete di una giustizia che non appartiene a questa terra.
Fermarsi poi. Esausti, con l’anima ansimante, spossati dalla propria stessa rabbia. Stanchi come l’animale ferito che si lascia cadere su un fianco con la lingua di fuori.
E lì, soltanto lì, nel momento in cui il mondo è rivoltato a 90 gradi, accorgersi di quel che non si riusciva a vedere prima. Nel silenzio accorgersi di aver proiettato su di un unico punto tutta la rabbia accumulata nel tempo, a prescindere da chi ne fosse causa. Accorgersi di essersi accaniti su un capro espiatorio perché esso costituiva finalmente un nemico visibile e concreto.
Da uomo a bestia il passo è breve. Da bestia a uomo è più lento e fa più male. Ci si rialza piano, non servono più tutte e quattro le zampe a terra. Ne bastano due per tornare a vedere le cose da un punto di vista più alto. Ci si guarda intorno e ci si accorge delle reali dimensioni delle cose. Se si ha coraggio, si può dirigere lo sguardo verso se stessi. E accorgersi di quanto fango, meschinità e odio ci siamo imbrattati.

È difficile riconoscere e accettare di essersi sporcati.
Difficile come ammettere di essere,
in fondo,
soltanto
un
uomo.

domenica 28 febbraio 2010

Dannazione

Io non appartengo a niente, figuriamoci all'amore
il mio amore è solamente quello che ti do.
A volte cresce il mio bisogno d'inventare
ma come faccio a tirar fuori quello che non ho?

Un'emozione non so che cosa sia
ma ho imparato che va buttata via.
Dolce prudenza, ti prego, resta ancora con me
da tanto tempo non soffro grazie a te.


(...)

"Un'emozione", Gaber

Dannato bisogno di inventare, dannata assenza, dannata aridità, dannata disillusione, dannata prudenza, dannata pulizia del sentire, dannato romanticismo, dannato contatto fisico, dannate effusioni, dannata stima, dannata volontà, dannato torpore, dannato paese, dannata città, dannata sofferenza, dannati fidanzati, dannati baci, dannata cavalleria, dannata insicurezza, dannato cuore, dannata confusione, dannata sicurezza, dannata interpretazione, dannata paura, dannata solitudine, dannata battaglia dei sessi, dannato scorrere di giorni, dannato dannare quel che dovrebbe esser normale...

domenica 14 febbraio 2010

Piccola favola di San Valentino

All’inizio sembra simpatico. Un buffo vecchietto ciociaro, con il riportino e le orecchie a sventola, che porta in visita al monastero due attempate signore polacche. Le quali, per motivi che ignoro, comprendono più il suo chiassoso dialetto che il mio grigio italiano. Almeno sono molto cordiali, le due signore, e molto sobrie. Lui no. Entra di prepotenza sulla quarta parola di ogni mio discorso per dimostrare conoscenze che non ha, ma che io fingo di condividere. Ho dovuto nominarlo vice Cicerone per farlo stare buono. La sua mano sinistra è continuamente impegnata a scattare fotografie, puntualmente commentate da ampie espressioni della faccia. La sua mano destra è invece meno enfatica, forse perché è di plastica. È una visita guidata estremamente lunga.
Riesco a condurli all’uscita dopo una ventina di minuti e le signore mi salutano spiegandomi qualcosa sulla prima volta che hanno visto San Pietro. Dall’espressione non capisco se si riferiscono alla basilica o al santo in persona. Il vecchietto invece si ferma davanti a me e ride.

- Giuvannotto, ma che sei ‘namurato? che la tieni la moglie?
- No, San Giuseppe non me la vuole far incontrare…
Bisogna sempre stare al gioco.
- Ah, San Giuseppe nun cullabbora?
Ride.
- Vedi invece io? Due ce ne ho di mogli! È una bellezza figlu meu… una bellezza! Me porto appresso du’ signore, manco una!
- Ecco, ora ho capito perché a me non m’è toccata…
Ridono loro, ride lui, rido io. Poi si fa serio e mi da la mano, la sinistra sempre.
- Ma io tengo ottantuno anni…
E ricomincia a ridere. Tutti e tre se ne vanno augurandomi un buon avvenire e una buona moglie. Io chiudo la porta, mi giro, guardo San Valentino e gli punto il mio pugno chiuso.
- Vescovo, semmai dovessi arrivare in paradiso cerca di nasconderti bene…
San Valentino allarga le braccia.
Stupida festa degli innamorati.